CORPO

L’antefatto, diciamo così, è il periodo nel campo di concentramento, che per me comincia con l’arrivo all’inizio di marzo del 1944 nel campo di Natzweiler-Struthof nei Vosgi, costruito a gradoni sul fianco della montagna a quasi ottocento metri d’altezza. Là, dopo un breve periodo traumatico segnato dalla fame intensa e dalla visione del fumo che esce giorno e notte dal rudimentale camino del forno crematorio, incontro un medico francese che scopre in me uno sloveno con una certa padronanza del francese e del tedesco; il medico s’interessa per farmi diventare interprete del dottor Leif Poulsen, deportato norvegese, già primario a Oslo e ora medico-capo del Revier, ovvero dell’infermeria o lazzaretto, che ormai occupa la metà delle sedici baracche del campo.

Come interprete sono sempre a disposizione di Poulsen, che chiede a ciascun degente che cosa accusa e al contempo lo visita, sebbene sappia già da prima la ragione per cui il malato è stato ricoverato. Allora mi detta frasi in tedesco che il più delle volte si ripetono, giacché nella stragrande maggioranza dei casi si tratta di dissenteria e di ferite che non si rimarginano agli arti inferiori. Naturalmente ci sono anche altre malattie, come tisi e tifo, ma perlopiù è questione di corpi in posizione orizzontale definitiva, sdraiati lì finché la dissenteria non ha fatto secernere le ultime gocce di liquido dalle cellule prosciugate.

Un assurdo, quindi, quelle dettature e la compilazione di fogli clinici, il cui solo significato è di adempiere a un criterio tutto germanico di sistematicità, come lo stare fermi a mezzanotte a un semaforo rosso quando non passa neanche un veicolo. E l’assurdità è presto riaffermata quando con l’avvicinamento degli Alleati il campo viene sgombrato e gli infermi, che non possono scendere dal giaciglio, vengono trasportati insieme ai mezzi vivi sui camion, scaricati a valle e caricati sui vagoni merci, come sacchi mezzi vuoti, e quindi quasi gettati per fare prima. Certi, ancora coscienti e terrorizzati al pensiero di essere lasciati vicino al forno, strisciano giù dal giaciglio e arrancano carponi su per le scalinate… Quando il convoglio arriva a Dachau, tra i corpi che giacciono sullo spiazzo davanti alla baracca delle docce, ci sono quelli spirati durante il tragitto che, altro assurdo, prima di essere trasportati ai crematori sono sottoposti a un’autopsia.

A Dachau, uno dei tremila sloveni, probabilmente un addetto allo smistamento, vede il mio nome tra i nuovi arrivati – prontamente rinchiusi nella baracca della quarantena – e mi trova un posto tra gli infermieri, i Pfleger, ovvero coloro che si prendono cura dei malati. Come tale sono addetto alla baracca della dissenteria: un innumerevole materiale umano steso nel liquido che esala l’avvisaglia della fine. Ma una richiesta di infermieri cambia la mia sorte e così vengo mandato a Dora, dove nelle gallerie sotterranee si fabbricano i missili V2. In realtà mi mandano in uno dei campi annessi, a Harzungen, in una stanza con malati di tipo diverso: ci sono l’erisipela, la meningite, la tisi, il tutto riscaldato da una stufa a mattonelle che trasforma la stanza in un serbatoio di incubazione accelerata. E mi prendo la tisi al polmone destro.

A Harzungen non c’è molta gente, vanno quasi tutti a lavorare a Dora. I turni partono tre volte al giorno, con seicento operai alla volta. Accade che io debba prendere il posto dell’infermiere che li accompagna, così oltre ai miei compiti vado anche con la squadra, che parte a piedi e prosegue su un trenino a scartamento ridotto, senza finestre con venti gradi sotto zero; quando poi si arriva a Niedersachswerfen è ancora peggio perché bisogna salire sui vagoncini ribaltabili Krupp, che sono come grandi coppe di ferro sulle quali i corpi malconci fanno fatica ad arrampicarsi. Una volta su, i corpi si avvicinano e si fanno stretti stretti per difendersi dall’aria ghiacciata. Ma avviene anche che un nucleo compatto si sciolga per allontanare in un angolo un malato di dissenteria. Altre volte c’è un allarme e il convoglio viene circondato dai cani delle guardie, in mezzo alla neve, e rimane fermo per un tempo interminabile prima di ripartire per il lavoro nelle gallerie, a Dora, dove intanto scaricano treni di scheletri cosparsi di calce, in arrivo da altri campi: non potendo essere arsi nei forni, si consumano su una collina in un’alta pira.

Ma poi l’aprile imminente esige l’abbandono dei campi e la ricerca di convogli, di ‘trasporti’, come vengono chiamati: treni dove caricare ciò che resta di vivo in vagoni perlopiù aperti. Sono i cosiddetti ‘viaggi della morte’. Io ho partecipato a uno di questi viaggi. Il convoglio è partito da Nordhausen e ha vagato per cinque giorni, fermandosi per mezze giornate intere, senza cibo e senza niente da bere, e quando ci hanno scaricato a Bergen Belsen in casermette vuote ci sono stati alcuni casi di cannibalismo.

Dopo essere stato presente per tredici mesi alla distruzione dell’essere umano, e in primo luogo di quello che viene denominato corpo per distinguerlo dalla cosiddetta anima, mi sono convinto dell’ingiustizia riservata al corpo: per qualunque diversità, sia essa religiosa, politica, sociale, militare, partitica, ecc., è sempre il corpo che deve pagare. Certo, insieme ad esso, anche il cosiddetto lato spirituale è punito, ma è il corpo a subire la distruzione totale e assoluta. Quindi, mi sono detto, se si riuscisse a insegnare all’essere umano, quando è ancora bambino, a rispettare il corpo – l’unico dono prezioso che abbiamo – forse in un futuro non troppo lontano potremmo avere una società differente. Si potrebbe obiettare che il divieto di uccidere c’è già, ma non è la stessa cosa; come abbiamo visto anche nella storia recente, si può tormentare per anni stando attenti che il tormentato non muoia.

Rispettare il corpo, quindi, non nel senso di prendersene cura affinché non si ammali, non perché si faccia valere sui campi sportivi o nei concorsi di bellezza, ma proprio in quanto dono della Natura, come gli alberi che – anche se non sappiamo bene come – di certo si rendono conto del proprio valore quando si ergono verso l’astro celeste. Prendiamo il felice binomio di Spinoza: Deus sive Natura. Come ho detto, noi siamo una parte della Natura e quindi siamo parte del divino. Senza per questo darci delle arie, dovremmo agire secondo questa ferma convinzione.

Alcune mie considerazioni sul valore del corpo sono state pubblicate anni fa nella rivista dei gesuiti «Études». Qualche tempo dopo, in un libretto basato su uno scambio di lettere tra Umberto Eco e il cardinale Martini, Eco diceva: «Bisognerebbe cominciare con il rispettare il corpo altrui». Nelle mie riflessioni c’erano quattro righe che non ho sotto mano per poterle citare a dovere, ma che dicevano all’incirca la stessa cosa. Due conclusioni simili, la mia nata da un’esperienza diretta.

[Riproponiamo qui di seguito l’articolo di Boris Pahor pubblicato su «Études», febbraio 1998].
Per me, la scrittura è stata una terapia per far fronte all’ombra della morte che mi ha minacciato fin dall’infanzia. Il problema della libertà è sempre stato, per me e per la mia comunità linguistica, a Trieste, un interrogativo insistente sugli orizzonti della nostra identità etnica e culturale. Di recente, con la morte di mia sorella, ho perso l’ultimo legame con i miei genitori, i miei antenati, ma anche con il mio passato; un legame di cui fino a quel momento non avevo avuto consapevolezza. Avendo sperimentato la sensazione del nulla nei campi della morte, sono diventato, come ho scritto nel mio romanzo Una primavera difficile, un uomo senza patria. Il mio distacco dai punti di riferimento familiari è stato condizionato dal vagabondaggio spirituale al quale mi ha spinto la condizione di europeo scampato alla morte.

E così ho dovuto continuamente cercare in me stesso il germoglio di una nuova vita. Allo spettro del mondo dei crematori quale ero, la sola possibilità che rimaneva era la libertà di un amore completamente nuovo, dal perpetuo inizio rivolto alla vita da consumare. Sono rimasto sospeso nel limbo, tra la nascita e la morte, come un germoglio nel suo desiderio di fioritura. La mia vita si è sempre iscritta tra l’assoluto della morte e il quotidiano in ciò che esso ha di più banale. Ho dovuto cercare l’assoluto contrario, e lo faccio ancora, nel rifugio che è l’amore. Il mio corpo, condannato all’annientamento, si è messo a cercare conferma della sua nuova nascita nell’Eros che, per il suo carattere carnale, può arricchire lo spirito come coscienza del corpo, per riprendere l’espressione di Spinoza. Ogni tragedia umana, compresa la mia, è legata alla sofferenza del corpo in quanto oggetto di tortura o luogo di passione. Attraverso il corpo siamo scagliati nel concreto della Storia per diventare strumenti del Tempo.

I moralisti rigorosi potrebbero rimproverarmi – e giungere a condannarmi – per un individualismo esagerato che si manifesta nella resistenza alle norme sociali imposte. A rischio di ripetermi, ammetto che l’annientamento come prospettiva della mia esistenza mi abbia spinto a un’esperienza estrema del nichilismo; ma, nel mio caso, è stato proprio l’amore vissuto a procurarmi in una certa misura il sentimento della bellezza estrema. I credenti dicono che si può sperimentare l’assoluto soltanto nell’idea del divino; io faccio mio il pensiero di Spinoza: Deus sive Natura, e vivo la presenza del divino nella natura in generale e nel corpo umano in particolare. La trascendenza si presenta ai miei occhi come bellezza nell’immanenza.

Alla svolta di un secolo a cui forse appartengo un poco come membro di una piccola nazione, e più precisamente come individuo della parte slovena separata dalla sua comunità nazionale e residente a Trieste, ho la sensazione che l’umanità si trovi alla confluenza di due fiumi. Io stesso mi trovo davanti a due correnti: una è sporca e inquinata (penso alla contaminazione provocata dai massacri e dagli olocausti), l’altra è bella, limpida, trasparente. In senso metaforico, essa rappresenta per me un atteggiamento completamente nuovo verso la bellezza dell’Eros umano. Significa per me un’esaltazione del corpo umano ancora irrazionale e inconscia. Si tratta, ben inteso, del corpo che il nostro Novecento ha condannato alla tortura e al nulla. Spero che il fiume buono della Storia vinca nella lotta contro le acque torbide del passato, e fornisca così il fondamento di un nuovo atteggiamento etico.

Questo secolo prossimo alla fine ci ha portati a un enorme progresso tecnico, con ripercussioni sull’attuazione dell’annientamento perfezionato di individui e di comunità intere. Le conquiste tecniche dell’ingegno umano (i gas, la bomba atomica) sono disgraziatamente servite a ciò. Si tratta sempre dell’esercizio della legge del più forte, fondata sulle ideologie, sulla coscienza di una superiorità nazionale. Io stesso ho dovuto subire questa violenza dei più grandi e dei più forti nel momento in cui sono stato costretto a rinunciare alla mia lingua madre, tanto da dover cedere il mio nome in cambio di un nome italiano, da indossare un’identità che non era la mia. Questo, beninteso, non l’ho mai accettato. Tutti coloro che resistevano a questo diktat sono stati condotti o nelle prigioni o davanti ai plotoni di esecuzione fascisti. Per venticinque anni, dal 1918 e fino al 1943, la mia comunità nazionale ha vissuto questo genocidio culturale e linguistico nel quadro della monarchia italiana.

Oggi la mia lingua, un tempo condannata a morte, si prende per fortuna una piccola rivincita nel momento in cui ho la possibilità di comunicare la memoria del mio passato, così come quella della mia comunità slovena, ai lettori europei. In questo modo possiamo esistere su una base di uguaglianza nella cerchia delle culture riconosciute.

[Riflessioni raccolte da Evgen Bavcar, traduzione di Giulia Zuodar]

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