CRAC

Crisi
R
esponsabilità
A
utocentratura
C
oesione

Solo quattro semplici lettere per ripercorrere uno stralcio di storia recente che ad un certo punto ha avvertito una sorta di rottura, come di ramo che si spezza e che, anche se si usa la colla, si fa grande fatica a rimettere assieme.

Ma sarà poi bello un ramo aggiustato? Forse sarebbe meglio un ramo nuovo…

Dunque, la prima parola che mi richiama il crac è la C di ‘Crisi’.

Crisi dell’autorità, ad esempio. È storia nota, è storia passata, ma mai come in questo momento e in questo settore è storia attuale.

L’autoritarismo andava messo alla berlina, innegabile! Bisognava riuscire a uccidere quel famoso padre che continuava a dettare legge ed eliminare ogni forma di coercizione, ogni violenza comunicativa e verbale, a volte anche fisica. C’era l’assoluta necessità di prendere le distanze da tutto quello che poteva produrre oppressione, decisionismo esasperato, militarizzazione delle forme, radicalità, logica dei vincitori e vinti.

La crisi dell’educazione è partita proprio da lì, dall’uccisione di questa figura simbolica. Ribaltata una logica, bisognava inventarne un’altra, non c’è dubbio. Ed ecco che il sistema è scivolato nella crisi più nera: tutto veniva strutturato nel nome della libertà, del lasciar fare, della liberazione da vincoli e lacci. L’uccisione del padre non ha lasciato spazio e tempo ad una metabolizzazione del lutto.

Che ce ne facciamo di questo padre morto? Ci ha lasciato qualcosa di buono, questo ‘defunto’? E se sì, come lo utilizziamo?

Nulla di tutto questo. Si è pensato bene di cancellare quella figura che tanto faceva soffrire, non ci si è dati il tempo per elaborare, per filtrare, per decidere quale approccio educativo responsabile poteva essere scelto e ci si è lasciati andare alla spontaneità, impulsività, immediatezza.

In nome dello spontaneismo tutto era consentito e lecito e la crisi, la fatica, è stata allora quella di riuscire a tenere insieme i codici fondamentali dell’educazione, quello paterno e quello materno. Ma come fare?

Ci rendiamo conto che il punto a cui siamo giunti pone seri interrogativi sullo sviluppo e l’educazione dei nostri figli e allievi. Oggi non parliamo più di crisi o di perdita del padre, bensì di una sorta di maternalizzazione del codice paterno.

I bambini e le bambine si ritrovano con due genitori simili, sia dal punto di vista delle mansioni che sotto il profilo relazionale ed affettivo, e si collocano all’interno di un contesto in cui manca il giusto distacco, quello che consentiva al figlio di vivere una dimensione infantile propriamente detta. Questa era determinata dal riconoscimento di due codici fondamentali, l’uno volto alla cura, all’attaccamento, alla soddisfazione dei bisogni primari, all’affetto esplicitato; l’altro caratterizzato dalla capacità del padre di staccare il bambino dal legame forte con la madre, di essere normativo, di aprire il mondo e di accompagnare il figlio nel mondo.

Codice materno e codice paterno – ci ricorda Franco Fornari – si iscrivono nel versante più ampio del codice vivente.

I padri del post Sessantotto sono stati definiti i ‘nuovi padri’, dove si ravvisa un recupero di sensibilità e stile genitoriale fino a quel tempo tipicamente materno: il ruolo paterno, spogliato delle tradizionali posizioni di controllo e autorità, vede aprirsi uno spazio nuovo.

I nuovi padri iniziano ad essere via via più amorevoli, giocosi e amici dei loro figli (paternage), meno normativi e sempre più affettivi. Edipo non aveva più senso di esistere.

La crisi allora è aumentata, si è fatta sempre più importante, tanto che educare è diventato assecondare, dare conferme, colludere, soddisfare, adorare… L’effetto tangibile della crisi (del crac): la mancanza di responsabilità.

Seconda parola del mio crac è dunque ‘Responsabilità’.

Cosa significa responsabilità in educazione? Significa, ad esempio, farsi carico della conflittualità presente ogni giorno all’interno delle relazioni, assumere il conflitto come compito e gestirlo in una logica di costruzione della relazione. Responsabilità significa farsi carico della creazione di alcuni paletti, di alcune zone limite dove non è consentito andare. Significa avere il coraggio di dire dei ‘no’ decisi, assumendosi poi tutta la fatica di gestire quei no, forti del fatto che al bambino, al ragazzo, serve sfidare, ribellarsi, vivere alcune frustrazioni per crescere.

Spesso si nota che alcune famiglie preferiscono nascondersi dietro un atteggiamento ‘tecnico’, riversando la preoccupazione educativa sulle strutture che fanno da complemento all’attività familiare. Si percepisce poca responsabilità nei vari soggetti destinati all’educazione delle nuove generazioni, spesso preoccupati di preparare persone che abbiano successo in una società che viene assunta acriticamente.

Assunzione acritica della realtà, poco interesse per ciò che sta intorno e, spesso, poco interesse per l’altro. Molto concentrati su se stessi, molto narcisi, molto autocentrati.

Terza parola del mio crac: ‘Autocentratura’.

Il crac di quei fatidici anni Sessanta/Settanta ha spezzato il filone dell’educazione repressiva, delle agenzie educative coalizzate contro il ragazzo e il bambino, ha rotto la logica del ‘fate così perché lo dico io’ e ha lasciato molto spazio allo sviluppo dell’individualità. Finalmente, una centratura sull’Io, una possibilità di crescita dell’individuo non visto come uno dei tanti, nella massa informe della classe o del gruppo di appartenenza, quasi un numero che aveva un’importanza relativa. Basti pensare al bambino e a quanto poca voce in capitolo poteva avere su molte questioni, da quelle generali a quelle particolari, a quelle che lo riguardavano personalmente. Il bambino doveva crescere, doveva fare ciò che gli altri gli dicevano di fare, doveva seguire l’esempio, e a sua volta dare il buon esempio. E oggi? Quale posto ha il bambino/ragazzo nella vita di un adulto?

Oggi il bambino/ragazzo gestisce l’adulto, se lo lavora, lo comanda, lo domina. Sembra quasi che i padri si siano trasformati in compagni di giochi, le madri in confidenti delle figlie, i figli in piccoli narcisi. Gustavo Pietropolli Charmet ci dice che oggi Narciso ha decisamente preso il posto di Edipo, ma drammaticamente non è solo il figlio ad essere un narciso, l’autocentratura non è prerogativa solo dei piccoli o dei giovani, è una faccenda comune un po’ a tutti. Autocentrati e concentrati su di sé, sulla propria forma fisica, sulla propria bellezza, sulla propria possibile visibilità. Autocentrati per farsi guardare, per farsi ammirare. Bambini e ragazzi sognano lo schermo, la propria foto su una pagina patinata, non sanno affrontare le delusioni, un brutto voto a scuola è un dramma e mamma e papà difendono a spada tratta la loro creatura. Fino talvolta a giustificare anche qualche altro crac, che non è propriamente quello che sto presentando io…

Si vive una certa angoscia a pensare a questo stato di cose, siamo consapevoli che c’è la necessità di saltar fuori da questa situazione. C’è bisogno di creare consapevolezze, di aiutare il mondo dell’educazione a tirar su la testa per uscire da quella che, ormai, tutti quanti gli addetti ai lavori ritengono una vera emergenza educativa. Ma come fare? Con la logica del bicchiere mezzo pieno? Si può essere ottimisti in un tempo come questo? Esiste una formula magica per risolvere tali questioni?

Posso pensare alla quarta parola del mio crac: ‘Coesione’.

Se ci importa che l’educazione riprenda significato, che sia più efficace e che gli adulti siano i protagonisti di questo processo, è necessario uscire dalle dinamiche spesso ricorrenti di accuse reciproche o di aspettative di magica armonia. Ognuno dei genitori è sollecitato ad avere un rapporto privilegiato con il proprio figlio, un rapporto diretto che soddisfi soprattutto la propria voglia, una volta ancora narcisistica, di stare bene nella relazione con lui. E stare bene il più delle volte significa allearsi con il proprio figlio. Come ricorda Daniele Novara, coesione significa saper gestire assieme, con una strategia comune, il compito proprio di essere genitori. Sarebbe importante riuscire a non dare nulla per scontato, ma sviluppare l’attitudine al dialogo e al confronto, essere disposti a confliggere.

Per concludere questa riflessione sul crac dell’educazione, potrei sottolineare che non si tratta di ripristinare – l’autoritarismo basato sull’ordine, infatti, genera dipendenze esecutive – ma di esercitare una fermezza educativa centrata sulle regole e sulla tenuta dell’adulto. Non ricercare il consenso nel bambino/ragazzo ma essere disposti a sostenere il conflitto evitando di sostituirsi al ragazzo e favorendo la sua autonomia. Questo è possibile e attuabile solo a partire dalla coesione tra adulti, genitori in primis e insegnanti ed educatori poi, provando ad uscire dall’idea che ‘tanto sono fatto così’ ed innescando una gestione intenzionale dell’educazione come sostegno alle difficoltà soggettive. Scambio e sostegno reciproco sono le parole chiave per farcela. E allora il bicchiere può essere visto come mezzo pieno!

multiverso

8-9