FLESSIBILITÀ

La città di oggi è un ecosistema il cui significato è in bilico tra il concreto e l’astratto, tra il quotidiano e il globale. È multifunzionale, differente, attenta alla ricerca di nuove relazioni. È una città di non luoghi, dove il lavoro non ha più una propria sede distinta, dove le persone si incontrano e possono generare opportunità di scambio, dove non è necessario uno spazio appositamente dedicato, ma in cui è sufficiente avere il proprio portatile, aprirlo e mostrare la propria attività.

L’architettura può modificare il modo di vivere, può agire sul comportamento delle persone e divenire essa stessa sensore per scoprire e aggiornare i nuovi assetti della città. Le strategie d’intervento devono però essere pensate all’interno di un percorso progettuale che sia dinamico e nello stesso tempo indipendente, per ottenere così un mutamento ‘sottotono’ dell’intero sistema urbano.

La flessibilità della città può essere considerata attraverso idee che determinino un sistema di libertà, misurato con un insieme di valori che dovranno riconoscere lo strumento della progettazione come elemento di previsione dello sviluppo complessivo della città e del suo rapporto costante con il territorio.

Mentre la città industriale separava le diverse funzioni (residenza, lavoro, commercio, svago, ecc.), la città contemporanea deve svolgere insieme le diversità e adeguarle tra loro, magari sovrapponendole e intensificando la loro differenza con una nuova interpretazione che possa far interagire tra di loro e far crescere i diversi sistemi dell’attuale processo sociale.

Gli odierni spostamenti e i continui eventi generano l’instabilità e la precarietà dell’urbanistica disegnata da leggi e regolamenti, una disciplina definita da un percorso progettuale stabile e non dinamico, controverso e immutevole, garantito dalla disciplina del vincolo e non dal cambiamento imposto da un sistema di vita caratterizzato da mutamenti veloci e non subito percepibili.

La città moderna infatti deve essere pensata come un intreccio delle diverse funzioni che si sovrappongono e relazionano tra di loro, in un processo di trasformazione continua, senza vincoli obbligati da logiche di divisione di aree diverse solo per destinazioni che hanno imposto un linguaggio difficile da modificare sia per la natura dei percorsi che per il tessuto urbano generato.

Adeguare lo spazio non significa limitarlo, circoscriverlo in ambiti definiti, adeguare vuol dire pensare ad un percorso progettuale dove gli spazi sono fluidi e adatti a svolgere diverse funzioni da interpretare con nuovi significati che sono indicati dalle relazioni e dagli scambi mutevoli e strategici di determinati periodi, di solito poco lunghi nel tempo.

Il mutamento che viene a definirsi dallo stato dinamico proprio della città flessibile ha un’interpretazione architettonica che deve mediare tra l’assoluta sicurezza della forma/monumento e l’assoluta incertezza del processo di sottrazione che deriva dall’ecosistema urbano.

Tutto ciò non nasce da una forma assoluta, ma dalla multidisciplinarietà dell’architettura che sfugge alla rigidità del sistema delle relazioni sociali, politiche ed economiche e che si dimostra, al contrario, attenta alle dinamiche del territorio e alle necessità del cambiamento.

Questa condizione di apparente caos potrà servire a definire il passaggio tra l’architettura e il progetto urbano in una sola scala di rappresentazione, per definire già a questo livello gli elementi che potranno contrassegnare gli involucri non tanto per la forma, quanto piuttosto per i diversi contenuti abituando l’uomo a rileggere continuamente la città e non a guardarla solo attraverso le sue funzioni. Con questo principio si potrà coniugare il pensiero organico al pensiero urbano, con la possibilità di intervenire con modifiche leggere e necessarie alla flessibilità della città.

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