FLESSIBILITÀ

Spesso le parole acquistano significato più chiaro quando si accompagnano al loro opposto. Per questa ragione, giocando con il dizionario dei contrari, cerchiamo di applicare ai sostantivi ‘ricerca’ o ‘ricercatore’ l’aggettivo ‘flessibile’ e quello che meglio gli si contrappone. Certo ‘inflessibile’ non assolve adeguatamente questa funzione, così come ‘duro’ o ‘intransigente’. Tutto sommato ‘rigido’ è il termine migliore, a meno che, come alcuni dizionari suggeriscono, non si scelga ‘rigoroso’.

A giudicare da questa breve rassegna, quindi, con ‘flessibile’ parliamo di capacità di adattamento ed elasticità mentale. Di per sé, quindi, l’attributo rimanda a un concetto virtuoso, evoca un’immagine positiva.

Così inteso, ‘flessibile’ non esenta il sostantivo cui si riferisce da qualche pericolo. Un ricercatore che lo sia troppo corre il rischio di occuparsi con superficialità di temi sui quali non ha alcuna competenza. In tal caso, se si tratta di persona stimata, o è autorevole la collocazione editoriale dei suoi lavori, o il suo contributo esercita un’influenza negativa e può causare, nella peggiore delle ipotesi, un arretramento del sapere. D’altro canto la rigidità, intesa come scarsa duttilità e, nel migliore dei casi, iperspecializzazione finisce col creare poca conoscenza o una conoscenza poco utile.

Certo, le parole hanno la loro storia e possono cambiare di significato. ‘Flessibile’ è uno di quei termini che risultavano positivi quando si pronunciavano raramente. Del resto se restiamo all’uso che della parola si faceva fino a poco tempo fa i motivi per proferirla erano assai pochi. Una ricerca può essere aggettivata come innovativa, approfondita, certosina. Un ricercatore, invece, come attento, rigoroso, poliedrico. Ora che si nomina assai spesso, invece, il significato del termine è negativo. Basta chiedere agli ‘addetti ai lavori’ cosa pensano dell’associazione tra le parole ‘ricerca’ e ‘flessibilità’: le immagini evocate rimandano, se vogliamo parlare di letteratura, ai romanzi di Dickens, Verga e Zola piuttosto che a quelli di Wilde, D’Annunzio e Dumas. Il ricercatore flessibile, insomma, assomiglia più a David Copperfield, a padron N’toni e a Catherine Maheu, assai poco a Dorian Gray, Andrea Sperelli, Edmond Dantès: l’attributo è associato allo sfruttamento e non certo allo spirito estetico o eroico.

C’è da chiedersi come mai possa aver subito una così radicale trasformazione e come si sia giunti all’uso distorto del concetto, di per sé positivo, del termine. È inevitabile pensare al lavoro. In quest’ambito la flessibilità è una dote che viene richiesta agli altri. Chi la vive la associa automaticamente alla precarietà, e ciò perché, nei fatti, implica più sacrifici che vantaggi. Se per la flessibilità si deve rinunciare ad un lavoro certo per uno incerto, ad una attività che assicura entrate soddisfacenti e continue una che ne conferisce basse e rapsodiche, il risultato non può che essere questo.

Tuttavia, si dirà, il ricercatore è uno spirito libero e, al pari di alcuni degli eroi letterari che sono stati evocati, affronta serenamente e con determinazione tutti gli ostacoli per la soddisfazione di raggiungere i suoi obiettivi, di veder dimostrate le sue teorie. A questo proposito bisogna essere assai ottimisti per credere che la ricerca sia sempre e comunque libera. In molte circostanze, la creatività e l’originalità – dove e se esistono – rimangono invischiate nelle logiche gerarchiche e di carriera. In tal caso la flessibilità rispecchia l’inadeguatezza di un sistema a dare risposte soddisfacenti alle esigenze di chi la ricerca la vorrebbe fare e non subire.

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