VUOTO

Da qualche tempo è sempre più facile imbattersi, specie sui social network, in persone che si sentono legittimate ad esprimere opinioni definitive su qualsiasi argomento perché laureatesi alla ‘Università della vita’ ovvero alla ‘Università della strada’.
E in nome del possesso di questo tipo di ‘competenze’ si sentono affermazioni incredibili. Ad esempio c’è chi, anziché vaccinare i propri figli, preferisce portarli ai ‘morbillo party’, ovvero metterli a contatto con bambini malati per far contrarre la malattia ai propri piccoli perché così i loro genitori avevano fatto quando erano bambini. Oppure c’è chi afferma di sapere come si costruiscono ponti che non cadono (perché basterebbe rifarsi alle tecniche usate dagli antichi romani) ovvero quali siano le responsabilità penali di un ministro che impedisce lo sbarco di alcuni migranti da una nave della marina.
Insomma c’è chi si considera esperto più o meno di qualsiasi cosa in nome delle esperienze personali acquisite. E poco importa se gli scienziati veri (immunologi, ingegneri, giuristi) cercano di denunciare l’infondatezza di alcune tesi. Il laureato all’Università della vita (o della strada) non ha nessuna fiducia in quelli che hanno studiato, magari per decenni, i saperi che compongono il patrimonio sapienziale dell’umanità: anzi li guarda con sospetto (in qualche caso per un senso di frustrazione dovuto proprio al non aver potuto iniziare e/o completare gli studi superiori). E, spesso, si convince della bontà delle proprie tesi quanto più esse si discostano dalle verità scientifiche.
In un contesto quale quello descritto non stupisce se l’espressione ‘Università della vita’ (o della ‘strada’) finisce per assumere un significato deteriore. Ma è bene approfondire il discorso.
La vita ci insegna quotidianamente un sacco di cose, a volte in maniera brutale. Famoso è il detto: «la vita prima ti fa l’esame e poi ti spiega la lezione». Esso evidenzia l’inversione di approccio rispetto ai sistemi formali di apprendimento, come la scuola o l’università, dove appunto prima si studia e poi si sostiene l’esame. La vita, invece, insegna qualcosa proprio perché ti mette di fronte a delle prove d’esame anche dure e dolorose.
Non diverso discorso si può fare a proposito del valore pedagogico della ‘strada’. Giorgio Gaber, in una canzone del 1974 dal titolo C’è solo la strada diceva: «C’è solo la strada / su cui puoi contare / la strada è l’unica salvezza / c’è solo la voglia e il bisogno di uscire / di esporsi nella strada e nella piazza… Perché il giudizio universale non passa per le case / in casa non si sentono le trombe / in casa ti allontani dalla vita / dalla lotta dal dolore e dalle bombe». In ogni caso almeno una ‘Università della strada’ esiste davvero: è quella fondata dal Gruppo Abele, come realtà dedicata alla formazione per il sociale (https://www.gruppoabele.org/cosa-facciamo/formazione-e-editoria/universita-della-strada/).
Chi rivendica il valore formativo della ‘vita’ o della ‘strada’ non fa altro che sottolineare l’importanza dell’esperienza come ‘metodologia didattica’. Orbene il valore dell’esperienza non solo non può essere messo in discussione ma ha anche un preciso riconoscimento normativo.
Il decreto legislativo n. 13 del 16 gennaio 2013 (recante ‘Definizione delle norme generali e dei livelli essenziali delle prestazioni per l’individuazione e validazione degli apprendimenti non formali e informali’) ha introdotto una distinzione tra ‘apprendimenti formali’, ‘apprendimenti non formali’ e ‘apprendimenti informali’ (distinzione che trova fonte nella Raccomandazione del Consiglio dell’Unione europea del 20 dicembre 2012, sulla convalida dell’apprendimento non formale e informale).
L’«apprendimento formale» è una attività conoscitiva esplicitamente progettata che avviene in un contesto organizzato e strutturato (la scuola, l’Università) e conduce al rilascio di un titolo (ad esempio: il diploma di scuola superiore o il diploma di laurea).
L’«apprendimento non formale» è caratterizzato da una scelta intenzionale della persona, che si realizza al di fuori dei sistemi formali indicati prima, in ogni organismo che persegua scopi educativi e formativi, anche del volontariato, del servizio civile nazionale e del privato sociale e nelle imprese.
Esiste poi un «apprendimento informale» che, anche a prescindere da una scelta intenzionale, si realizza nello svolgimento, da parte di ogni persona, di attività nelle situazioni di vita quotidiana e nelle interazioni che in essa hanno luogo, nell’ambito del contesto di lavoro, familiare e del tempo libero.
L’apprendimento informale è proprio il sapere che si acquisisce in virtù dell’esperienza (la ‘vita’ e la ‘strada’). E oggi è possibile vederselo riconosciuto grazie alla procedura di certificazione delle competenze prevista dal citato decreto legislativo n. 13 del 2013.
Possiamo quindi affermare che l’esperienza (sicuramente quella che presenta le caratteristiche necessarie a ottenere la certificazione) ha un indubbio valore formativo e conoscitivo.
Ma la domanda è un’altra. Può avere valore un’esperienza che prescinda totalmente dal pensiero teorico? Può l’esperienza rendere inutile la scienza esautorandola del tutto?
La parola ‘esperienza’ ha la stessa radice della parola ‘esperimento’. Entrambe vengono dal verbo latino experiri (esperire; della famiglia fa parte anche la parola ‘esperto’).
Orbene, l’esperimento è proprio il meccanismo sul quale si fondano le scienze (in particolare quelle cosiddette ‘dure’). Non a caso la fisica viene definita la ‘scienza sperimentale’ per eccellenza.
E allora che rapporto c’è tra esperienza e scienza? Quando e perché l’esperienza (o l’esperimento) diventa scienza? La risposta è nel ‘metodo’. Il metodo scientifico, appunto.
Le teorie scientifiche pongono al centro della propria indagine problemi da affrontare (cfr. G. Pascuzzi, Il problem solving nelle professioni legali, Il Mulino, 2017).
Per trovare risposta ad essi, il metodo scientifico impone di seguire dei passaggi ben precisi:

- identificare il problema;
- selezionare le ipotesi preliminari: occorre per decidere quale tipo di evidenza deve essere cercata e dove o come può essere meglio trovata;
- raccogliere fatti addizionali: lo scienziato asseconderà l’ipotesi preliminare cercando altri fatti rilevanti;
- formulare un’ipotesi esplicativa: l’investigatore ha tutti gli elementi di un puzzle e cerca un modo per dare contezza dell’insieme;
- dedurre previsioni attendibili: l’ipotesi è solida se dà ragione non solo delle osservazioni da cui si è partiti ma anche di altri fatti (ovvero: se l’ipotesi è vera dovrebbe accadere questo; cosiddetto potere predittivo della teoria);
- verificare le conseguenze: le predizioni fatte sulla base dell’ipotesi devono essere controllate;
- applicare la teoria.

Quanto appena esposto (ripreso da I.M. Copi e C. Cohen Introduzione alla logica, Il Mulino, 2007, p. 539 ss.) ben spiega il rapporto esistente tra esperimento/esperienza e teoria. L’esperimento ci rende palese un fenomeno. Ma per capire cosa sia davvero e perché accada è necessario avere a disposizione una teoria che lo spieghi iscrivendolo dentro una cornice precisa. Tutti sappiamo, per esperienza, che avvicinando la mano al fuoco ci scottiamo. Ma solo le conoscenze teoriche ci fanno capire perché questo accade fornendoci anche una chiave predittiva: tutte le fonti di calore producono le stesse conseguenze. Se lo sappiamo evitiamo di poggiare la mano non solo sul fuoco ma anche sul termosifone o sul motore dell’auto accesi perché, grazie alla teoria, grazie alla scienza, sappiamo che ci scotteremmo.
Le esperienze, quindi, sono tanti piccoli tasselli di sapere (ancora disorganizzati). La teoria riconduce questi tasselli a quadro armonico alla luce dello statuto epistemologico che ogni scienza ha. Ovvero alla luce dei paradigmi che ogni scienza adotta per stabilire se una certa affermazione è vera o falsa. Proprio la scienza ci consente di dare senso a fenomeni apparentemente contraddittori. Soprattutto ci fornisce le chiavi per agire in ragione del suo carattere predittivo: grazie alla legge di gravità sappiamo che se lasciamo cadere un vaso di fiori dalla finestra esso precipiterà al suolo.
Un mondo senza scienza ci farebbe procedere sempre per tentativi. Ma perché uccidere tanti malcapitati di turno che si trovano a passare sotto la finestra quando il vaso di fiori precipita, quando semplicemente studiando i distillati della scienza possiamo conoscere in anticipo gli effetti delle nostre azioni? E anche orientarli a fini utili: ad esempio, usare la forza di gravità per far funzionare le centrali idroelettriche.
Naturalmente la scienza evolve: e questo spesso avviene quando nuove esperienze non sono più spiegabili alla luce delle vecchie teorie (si pensi alla cosiddetta ‘rivoluzione copernicana’). Ma le nuove teorie, più raffinate, danno ragione dei fenomeni vecchi e nuovi consentendo il progresso delle conoscenze e un sempre maggiore grado di civiltà.
Ho volutamente usato la parola ‘civiltà’ perché essa consente di introdurre la riflessione su una scienza particolare, il diritto, che del grado di civiltà di un popolo è l’unità di misura.
Anche con riferimento al diritto esistono molti laureati all’Università della vita. Tante persone, ad esempio, di fronte a un plastico riproducente la scena di un crimine mostrato in televisione, emettono sentenze inappellabili confondendo una propria personale idea di giustizia con il diritto vigente e dimenticando che per giudicare occorre conoscere bene tutti i fatti, le diverse versioni dei fatti e, non da ultimo, le norme applicabili al caso. Oppure si dichiarano certi di saper risolvere i grandi problemi sociali (dall’immigrazione alla disoccupazione giovanile) semplicemente emanando una legge avente i contenuti che loro ritengono essere il toccasana. O ancora si rivolgono a un avvocato avendo scaricato da internet il testo di una sentenza della Cassazione convinti per questo di avere già in mano la soluzione del problema che li affligge.
Anche in campo giuridico le singole esperienze personali (l’idea di giustizia, l’illusione di risolvere i problemi se solo si avesse il potere di fare una legge, la conoscenza di una singola sentenza) possono indurre più di qualcuno a credere di essere per ciò stesso degli esperti, ovvero dei conoscitori della teoria. O peggio possono portare a credere che la scienza giuridica sia inutile.
Ovviamente le cose non stanno così. Anche perché la scienza del diritto ha proprie peculiarità. Proviamo a elencarle brevemente:

a) il diritto è una invenzione dell’uomo (almeno in Occidente, dove è qualcosa di ben distinto dalla morale, dall’etica e dalla religione; cfr. A. Schiavone, Ius. L’invenzione del diritto in Occidente, Einaudi, 2005);
b) il diritto non è sinonimo di legge: esso è il risultato delle dinamiche complesse che intercorrono tra le leggi, le pronunce della giurisprudenza e le riflessioni dei giuristi;
c) dal punto di vista della funzione, il diritto può essere considerato una tecnologia. Attraverso il diritto (ovvero attraverso: obblighi, divieti, incentivi, disincentivi, sanzioni positive, sanzioni negative e così via) si orientano i comportamenti delle persone per perseguire obiettivi ritenuti meritevoli per la società. Ad esempio, il codice del consumo contiene un insieme di prescrizioni tese a tutelare il soggetto che si presume essere più debole nei rapporti con le imprese (cfr. N. Bobbio, Dalla struttura alla funzione, Laterza, 2007);
d) la scienza del diritto è il patrimonio sapienziale dei giuristi, ovvero l’insieme delle riflessioni del diritto e sul diritto. L’oggetto di studio delle diverse scienze di regola è esterno e indipendente dal soggetto conoscente. Il fisico, ad esempio, studia i fenomeni della natura osservandoli e cerca di scoprire le leggi che li regolano. Non ha la capacità o la possibilità di incidere su questi fenomeni (anche se la fisica quantistica costringe a rivedere almeno in parte questa affermazione). Il giurista, invece, costruisce la scienza che egli stesso studia. Come detto il diritto, almeno in Occidente, è una creazione dell’uomo. Ogni volta che si elabora una nuova teoria giuridica, un nuovo istituto giuridico, o un nuovo metodo per lo studio del diritto l’uomo contribuisce ad edificare la scienza giuridica che diventa poi oggetto di studio. Si può dire che il giurista studia un oggetto che egli stesso contribuisce a creare;
e) da quanto detto appare evidente il ruolo fondamentale del ‘giurista’, ovvero dell’esperto del diritto. Il giurista può guardare ai fenomeni in due modi diversi (ma connessi): in un primo modo li guarda alla luce del diritto vigente (egli veste i panni dell’‘interprete’ e definisce come si devono giudicare i fatti quando sono avvenuti); ma il giurista può vestire anche i panni del cosiddetto ‘ingegnere sociale’ (o, sotto altro profilo, dell’‘architetto delle scelte’) che si preoccupa di disciplinare i rapporti sociali al fine di individuare le modalità più utili a propiziare i comportamenti ritenuti desiderabili;
f) storicamente si sono succeduti molti modi di guardare al diritto cui corrispondono altrettanti ‘metodi’: l’esegesi giuridica; la dogmatica giuridica; la teoria dell’argomentazione giuridica; l’analisi economica del diritto, e così via. Ognuno di essi è un modo di fare scienza del diritto, ovvero di costruire uno statuto epistemologico del diritto. Siffatta pluralità di approcci non deve stupire per le ragioni esposte (si veda quanto detto a proposito del diritto come creazione dell’uomo). Ma ogni singolo approccio risponde alla medesima funzione di organizzare il sapere giuridico e di rendere fondati, coerenti e verificabili i ragionamenti del diritto e sul diritto.

Senza il diritto vivremmo in uno stato di anarchia dove il più forte avrebbe gioco facile ad imporre la propria forza bruta. Ma senza la scienza del diritto non saremmo in grado né di scrivere regole realmente efficaci e utili a risolvere i problemi della società, né di applicare correttamente le leggi che esistono. In un modo e nell’altro si creano soltanto ingiustizie.
Anche per il diritto, quindi, vale il discorso fatto in generale per tutte le scienze. Fermarsi alle proprie personali esperienze, alle proprie idee sul diritto e sulle scienze non porta molto lontano.
Un mondo senza scienza, ovvero un mondo che venera l’esperienza personale senza provare a giustificarla in una cornice teorica, è un mondo destinato a sbagliare e, quindi, a non progredire.

multiverso

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